Una chitarra per tutte le stagioni.C'è poco da dire: George Benson è uno dei migliori chitarristi di sempre. Intanto ha talento da vendere, poi ha una versatilità persino sfacciata: dal pop al jazz, dallo swing all'r&b, sa dire la sua in modo autorevole abbracciando sound diversissimi tra loro. Certo, le vette assolute le tocca quando naviga in territori soul-jazz, però è un gigante anche altrove.Il suo modo di suonare ricorda quello di grandi maestri come Charlie Christian e Wes Montgomery, ma Benson ha saputo distillare il loro esempio in uno stile assolutamente originale, capace di unire perizia tecnica, suono caldo e un gusto invidiabile per la costruzione dei momenti solisti. Senza scordare lo strepitoso senso dello swing che ne fa un punto di riferimento anche per i chitarristi ritmici.Non finisce qui: quando decide di cantare sfoggia una voce che è stata avvicinata a quella di uno Stevie Wonder o di un Donny Hathaway: mica roba da poco.Non è un caso se il debutto professionale nel mondo della musica avviene come cantante: George Benson ha otto anni quando per la prima volta mette alla prova le sue corde vocali (è nato il 22 marzo del 1943, a Pittsburgh).In questi inizi di carriera non sempre il livello è alto, ma come ha detto lui "prima di ogni altra cosa ero un entertainer e in quest'ottica cantavo, ballavo e suonavo. Mentre la mia carriera progrediva ho avuto il piacere di suonare con alcuni dei peggiori jazzisti del pianeta, ma questo non ha modificato il mio desiderio di intrattenere le persone: questo è ciò che sono realmente".Dopo aver messo insieme una rock band (ha 17 anni), George Benson comincia ad appassionarsi di musica jazz, si innamora di Charlie Christian, Wes Montgomery e di Charlie Parker, infine comincia a farsi le ossa esibendosi nel gruppo jazz dell'organista Jack McDuff. È proprio quest'ultimo ad accompagnarlo quando, all'età di 21 anni, registra il suo primo disco come leader ("The New Boss Guitar", 1964).A questo punto il suo nome è una garanzia, quanto meno per quelli con le orecchie buone e infatti il talent scout John Hammond decide di prenderlo sotto la sua ala protettiva. Il risultato sono alcune incisioni datate metà degli anni Sessanta e destinate a trasformarlo una volta per tutte in uno dei chitarristi più ricercati dell'epoca: si tratta di titoli come "It's Uptown" e "The George Benson Cookbook", entrambi pubblicati nel 1966 da Columbia, entrambi con Lonnie Smith all'organo e Ronnie Cuber al sax baritono (ed entrambi ripubblicati nel 2001).Questo è un periodo d'oro per lui e non mancano collaborazioni con mostri sacri del calibro di Miles Davis (compare nel disco "Miles In The Sky", del 1967).Poi arrivano i primi cambiamenti.All'inizio è tutta una questione di case discografiche: lasciata Columbia Record, George Benson si lega prima a Verve Records poi ad A&M e CTI (ma la cosa non sarà mai esclusiva). In tutti questi casi prosegue la sua invidiabile avventura nel mondo della musica jazz.A metà degli anni Settanta arriva un nuovo cambiamento: questa volta riguarda il suo pubblico. In coincidenza con l'approdo a Warner Bros. Records, e grazie anche all'incoraggiamento di Tommy LiPuma, Benson comincia a ricorrere più spesso alle sue doti vocali e questo si rivela essere un'ottima mossa: l'album "Breezin'" (1976) ottiene un clamoroso successo di pubblico, soprattutto al di fuori di quello che l'ha seguito sino a ora. Il brano "This Masquerade", infatti, lo trasforma in una star del pop, gli consente di raggiunge la prima posizione nella classifica di Billboard e propizia la vittoria di un Grammy Award (categoria: miglior disco dell'anno, che tra l'altro diventerà il primo disco jazz a diventare di platino).Sull'onda di tutto questo la produzione di George Benson comincia a privilegiare territori musicali più vicini al pop e soprattutto all'r&b, un percorso musicale che culmina con il disco "Give Me The Night" (1980, prodotto da Quincy Jones). Tutto questo coincide anche con una progressiva riduzione dello spazio occupato dalla sua chitarra.Se però le vendite si mantengono piuttosto alte, non mancano purtroppo alcune scelte discutibili che nel corso degli anni Ottanta fanno storcere il naso ai critici e ai fan del suo talento da jazzista.Quasi a recuperare terreno da questo punto di vista, George Benson incide nel 1989 il disco "Tenderly", un'ottima raccolta di standard jazz che dimostra come siano rimaste intatte le sue doti da chitarrista. Già che c'è, ne approfitta per incidere con la band di Count Basie e per riallacciare in modo più continuativo i legami col suo antico mondo (c'è anche modo di tornare a registrare con Jack McDuff nel disco "Colour Me Blue", del 1992).Però non si tratta di un mea culpa: "Nessuno può fare la stessa cosa – dice Benson – per 30 anni di seguito. Ho sempre cercato di non pormi limiti: impari, cambi, alcune porte si sono aperte e io sono entrato".Una certa versatilità viene confermata anche con i dischi prodotti da GRP Records, etichetta che lo accoglie a partire da metà degli anni Novanta e che lo vede spesso collaborare con Tommy LiPuma. Forse i dischi più significativi di questa stagione sono "That's Right" (1997) e "Absolute Benson" (2000).Con l'arrivo del nuovo millennio l'età che avanza suggerisce un rallentamento dei ritmi, ma non pone fine alla sua produzione, tanto che nell'ottobre del 2006 ecco arrivare "Givin' It Up", disco registrato insieme al cantante Al Jarreau (altro nome di prestigio, fra i 'vecchietti' del jazz/soul). Segue persino una piccola tournée mondiale.
lunedì, 25 giugno 2007
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